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Commento all'introduzione generale
da Sussidi di Pastorale Liturgica a cura dell'Ufficio per
i Sacramenti e il Culto divino (1983)
La riforma del Breviario della Chiesa milanese è
guidata dagli stessi principi ispiratori e dagli stessi
criteri che hanno presieduto alla riforma del Breviario
della Chiesa romana: essi sono desunti dall'altissimo magistero
della Costituzione conciliare sulla sacra liturgia.
Di specifico nel nostro caso va rilevato che proprio l'obbedienza
alla "Sacrosanctum Concilium" imponeva di "conservare",
"incrementare", "rivedere nello spirito della
sana tradizione" e "rinvigorire come richiedono
le circostanze e le necessità del nostro tempo"
tutta la "eredità" liturgica ambrosiana,
e quindi anche la Liturgia delle ore.
"La Santa Madre Chiesa considera con uguale diritto
e onore tutti i riti legittimamente riconosciuti":
è necessario rendersi veramente conto di ciò
che significhi e comporti questa dichiarazione. La trascuranza
o la minor intelligenza di questo pronunciamento impegnativo
e solenne potrebbe indurre in un atteggiamento spirituale
e culturale improprio o inadeguato di fronte alla riforma
di un rito particolare.
Con queste parole il Concilio ci insegna che non esiste
un rito "normale", dal quale solo alcuni privilegiati
si possono occasionalmente discostare e solo a condizione
di provare il valore intrinseco e l'opportunità pastorale
delle differenze. Esistono invece diverse tradizioni liturgiche,
tutte con piena e riconosciuta cittadinanza nella Chiesa,
ciascuna con un suo patrimonio di forme, di espressioni,
di consuetudini. Questo patrimonio va autonomamente riveduto
e ravvivato alla luce degli insegnamenti conciliari, nella
fedeltà alla propria tradizione e in vista di una
più efficace azione pastorale.
Perciò, se la riforma romana costituisce ovviamente
un modello autorevole e provvidenziale per la riforma di
un rito occidentale come il nostro, va però ritenuto
del tutto legittimo e naturale che, dal momento che si tratta
di liturgia diversa, nel lavoro di riordinamento si arrivi
spesso a soluzioni operative diverse, pur partendo dagli
stessi principi generali.
Così nella vicenda di un rinnovamento liturgico si
delinea per la forza stessa delle cose una molteplicità
di situazioni: si dà il caso di usi che si conservano
solo perché sono nostri e tradizionali, e non danno
luogo a nessun apprezzabile inconveniente; si dà
anche il caso di elementi tipicamente ambrosiani che, mantenuti
nella loro foggia ordinaria, risultano anche ai nostri giorni
di grande significanza religiosa; si dà infine il
caso di elementi antichi del nostro rito che, rinnovati
ed elaborati con animosa e saggia capacità creativa,
si dimostrano fecondi di una ricchezza nuova e di una originalità
recente eppur felice.
Di questi tre "casi" citiamo qui qualche esempio,
al solo scopo di rendere più comprensibile il nostro
discorso.
I - Esempi del primo caso
1. La conservazione del "salmo diretto" di Lodi,
offrendoci il modo più semplice e probabilmente più
antico di recitazione, ci richiama obiettivamente (e non
solo nell'astrattezza di una rubrica) il principio della
possibile varietà nell'uso della preghiera salmica.
2. L'omissione tradizionale del Magnificat ai venerdì
di Quaresima e del Magnificat e del Benedictus nella Settimana
Santa ci si offre come uno dei mezzi (naturalmente relativi
e particolari di una determinata liturgia, ma indubbiamente
legittimi e anche psicologicamente incidenti) di sottolineare
il carattere speciale di alcuni tempi.
3. Il Cantico di Zaccaria (pronunciato all'aurora del giorno
di redenzione) posto all'inizio delle Lodi mattutine ci
dà la gioia di cominciare la preghiera del giorno
con un testo privilegiato dal carisma dell'ispirazione.
II - Esempi del secondo caso
1. La struttura salmodica tipicamente ambrosiana dei Vespri
delle solennità e delle feste (che comporta sempre,
oltre il salmo proprio la recita del salmo 133 e del salmo
116 "sub unica antiphona et unica conclusione")
è un esempio perspicuo di un elemento antico che
possiede un fascino innegabile anche per l'uomo di oggi.
Come non avvertire quanto sia suggestivo che la comunità
ecclesiale nella sua preghiera della sera faccia appello
(e quasi passi la fiaccola della lode di Dio) a quanti veglieranno
durante la notte (salmo 133)? I cuori semplici, avvezzi
alla lettura "cristiana" dei salmi, sentendo parlare
di coloro che, stando nella "casa del Signore",
alzano "le mani verso il tempio" "durante
le notti", pensano spontaneamente a quanti, vivendo
nella casa del Signore che è la santa Chiesa cattolica
sanno impreziosire la loro veglia volontaria o la loro insonnia
involontaria con la lode, l'implorazione, la domanda al
Padre che è nei cieli.
E come non percepire la bellezza dell'invito "ecumenico"
a tutti i popoli della terra perché si associno alla
nostra lode vespertina (salmo 116)?
Questa originale struttura della salmodia è un gioiello
che i nostri padri ci hanno tramandato e ogni animo autenticamente
ambrosiano vuole custodirlo gelosamente e gioiosamente.
2. Il "rito della luce" in apertura del Vespro
consente di richiamare in modo chiaro e vibrante, sulla
soglia della notte, il pensiero di Cristo, vera e indefettibile
luce del mondo e il nostro impegno a tenere accesa la lampada
della fede e della vigilanza nell'attesa della venuta del
Signore.
3. L'abbondanza delle orazioni presidenziali, propria del
nostro rito, sottolinea molto opportunamente per i nostri
tempi la funzione preminente nella Chiesa orante del sacerdozio
ministeriale e suscita ripetutamente, risolvendola in preghiera,
la meditazione sul mistero che si celebra.
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