I riti e i gesti che si compiono durante
la Messa (come in ogni altra celebrazione liturgica) ricordano
a noi stessi che l'uomo, il cristiano, prega non solo con
lo spirito ma anche con il corpo.
La Chiesa in proposito ha voluto anche riservare un capitolo
breve (ma non per questo meno importante degli altri) ai 'Gesti
e atteggiamenti del corpo' nelle pagine introduttive del
Messale, intitolate 'Principi e norme per l'uso del Messale'.
Ne riscrivo testualmente alcune espressioni quasi a richiamare
l'attenzione sulla convenienza e sul modo decoroso di accompagnare
con gesti, azioni e atteggiamenti (richiesti di volta in volta
nella celebrazione) che manifestano e sottolineano quella
viva fede interiore che, sgorgando dalla mente e dal cuore,
guida e orienta la lode a Dio da parte della comunità
cristiana: "L'atteggiamento comune del corpo, che tutti
i partecipanti al rito sono invitati a prendere, è
il segno della comunità e dell'unità dell'assemblea:
esso esprime e favorisce l'intenzione e i sentimenti dell'animo
dei partecipanti". "Inoltre in tutte le Messe, salvo
indicazioni in contrario, i fedeli stiano in piedi
dall'inizio del canto di ingresso, o mentre il sacerdote si
reca all'altare, fino alla conclusione dell'orazione all'inizio
dell'assemblea liturgica compresa; al canto dell'alleluia
prima del Vangelo; durante la proclamazione del Vangelo; durante
la professione di fede e la preghiera universale; dall'orazione
sui doni fino al termine della Messa, fatta eccezione di quanto
è detto in seguito.
Stanno invece seduti durante la proclamazione delle
letture prima del Vangelo e durante il salmo responsoriale;
all'omelia; durante la preparazione dei doni all'offertorio
e, se lo si ritiene opportuno, durante il sacro silenzio dopo
la comunione. S'inginocchiano poi alla consacrazione,
a meno che lo impediscano o la ristrettezza del luogo o il
gran numero dei presenti, o altri motivi ragionevoli".
Si badi che i richiami a questa norma non mirano semplicemente
a ovviare ad alcuni modi meno esatti di porsi durante la Messa,
ma perché coloro che partecipano alla Messa (soprattutto
domenicale) desiderano fare bene le cose e pregare altrettanto
bene.
È infatti un diritto dei fedeli sapere anche con quale
atteggiamento esteriore inserirsi nella celebrazione, ed è
un dovere dei pastori non abbandonare l'assemblea celebrante
a se stessa, avendo cura di evitare comunque un dirigismo
antipatico e controproducente.
L'atteggiamento comune del corpo è chiaro segno di
comunità e di unità dell'assemblea; si può
anche interpretare come il minimo comune denominatore su cui
si sviluppa quella gestualità che viene suggerita dai
libri liturgici e che nelle nostre celebrazioni risulta essere
ancora troppo 'ingessata'.
L'atteggiamento comune da tenersi è inoltre inequivocabile
dichiarazione della consapevolezza di essere assemblea
celebrante; in proposito rileggiamo ciò che il
testo sopra citato recita:
"Nella celebrazione della Messa i fedeli formano la gente
santa, il popolo che Dio si è acquistato e il sacerdozio
regale, per rendere grazie a Dio, offrire la vittima immacolata
non soltanto per le mani del sacerdote ma anche insieme con
lui, e imparare a offrire se stessi. Procurino quindi di manifestare
tutto ciò con un profondo senso religioso e con la
carità verso i fratelli che partecipano alla stessa
celebrazione.
Evitino perciò ogni forma di individualismo e di divisione,
tenendo presente che hanno un unico Padre che è nei
cieli, e che perciò tutti sono tra loro fratelli. Formino
invece un solo corpo, sia nell'ascoltare la parola di Dio,
sia nel prendere parte alle preghiere e al canto, sia specialmente
nella comune offerta del sacrificio e nella comune partecipazione
alla mensa del Signore. Questa unità appare molto bene
dai gesti e dagli atteggiamenti del corpo, che i fedeli compiono
tutti insieme".
La liturgia e il corpo
La celebrazione liturgica è fondamentalmente un atto
della persona, anima e corpo, che con le altre forma l'assemblea.
Dal momento che la liturgia registra la presenza di un corpo
sociale, un gruppo di uomini e di donne, ma anche la presenza
dei singoli corpi delle persone, essa riguarda globalmente
anche tutto il corpo.
La liturgia, 'memoria di fatti e di gesti', poi, si colloca
in uno spazio e in un tempo ben determinati, un tempo ritmato
dai cicli del sole e della luna: dati precisi che ci danno
anche le coordinate spazio-temporali in cui accade la celebrazione
liturgica e che richiedono necessariamente anche un lavoro
di inculturazione.
Si aggiunga che in ogni celebrazione si fa appello non soltanto
alla riflessione intellettuale, ma si utilizzano elementi
del cosmo: acqua, ad esempio, e i 'frutti della terra e
del lavoro dell'uomo'...
Un' azione compiuta dal corpo
La liturgia è un'azione compiuta dal corpo. Infatti,
la prima legge della liturgia è il radunarsi. L'assemblea
è la prima parola del vocabolario liturgico ed è
la realtà che ogni battezzato contribuisce a comporre,
anche con il proprio corpo.
Le posizioni del corpo
Durante la liturgia noi assumiamo delle posizioni:
Stiamo in piedi = è la posizione dell'uomo
nella sua dignità: piedi a terra, con il corpo elevato
verso il cielo.
Ci si siede = è atteggiamento di ascolto e
di interiorizzazione.
Ci si mette in ginocchio = è una posizione
che la liturgia non privilegia (si addice alla preghiera
individuale); è un atteggiamento penitenziale.
In alcune importanti circostanze la liturgia prevede anche
il prostrarsi: un atteggiamento estremo da cui traspare
la volontà di aderire alla terra.
Consideriamo anche le posizioni delle mani e delle braccia
= darsi la mano è un segno di confidenza... ci possiamo
augurare un gesto specifico, più caratteristico per
la 'pace del Signore' che si riceve per trasmetterla; al
momento della comunione siamo invitati a stendere la mano...
a proposito della comunione sulla mano, non sarà
mai sufficientemente ricordato il richiamo fatto da Cirillo
di Gerusalemme: "Avvicinandoti... con la sinistra fai
un trono alla destra poiché deve ricevere il Re.
Con il cavo della mano ricevi il Corpo di Cristo e dì
'Amen'. Con cura santifichi gli occhi al contatto del corpo
santo e prendilo cercando di non perdere nulla di esso..."
(Catechesi mistagogiche, V, 21-22).
Il sacerdote solleva mani e braccia alle preghiere, alle
orazioni e alla preghiera eucaristica: quando le braccia
si innalzano, pure la testa si leva, insieme allo sguardo
e ai talloni; è tutto l'essere che, invece di raggomitolarsi
a guardare gli altri, s'innalza verso il luogo simbolico
dove abita colui al quale ci si rivolge.
Anche i fedeli sono invitati, in alcuni casi, a compiere
questo gesto... si pensi al momento delle parole dell'istituzione
dell'Eucaristia e della recita del Padre nostro... Questi
continui cambiamenti durante l'azione liturgica possono
essere considerati come un disturbo, soprattutto se ci si
porta in chiesa intendendo fare la propria preghiera individuale.
Ma la preghiera liturgica è strutturata come atto
di tutta l'assemblea e in questa prospettiva i gesti comunitari
favoriscono l'azione dell'assemblea e presentano un supporto
alla preghiera comune.
Principi e norme per l'uso del Messale, n. 20, così
recitano: "L'atteggiamento comune del corpo, che tutti
i partecipanti al rito sono invitati a prendere, è
il segno della comunità e dell'unità dell'assemblea:
esso esprime e favorisce l'intenzione e i sentimenti dell'animo
dei partecipanti".
I gesti e gli atteggiamenti
Accenniamo soltanto anche ai gesti compiuti dai ministri
e dai partecipanti alla liturgia, avendo già ricordato
il bacio di pace e la mano tesa per ricevere il Corpo di
Cristo.
Il gesto che accompagna l'augurio del sacerdote all'assemblea:
"Il Signore sia con voi", viene compiuto dal sacerdote
stendendo le mani e tutto il braccio. Un saluto che ricorda
quello che l'angelo Gabriele rivolge a Maria, quando entra
da lei e dice: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore
è con te". È un augurio che esprime la
presenza del Risorto accanto a noi.
I gesti nella liturgia sono importanti e sono anche belli
nella misura in cui, però, esprimono simbolicamente
l'incontro con Dio che trasforma le creature.
Particolarmente espressivo è il portare all'altare
da parte dei fedeli i doni. Non si tratta di un trasporto
di cose e neppure di uno spostare quanto è necessario
per la celebrazione. Quelli che hanno raccolto le offerte
in denaro e che le portano all'altare con il pane e il vino
e tutto ciò che serve all'Eucaristia rappresentano
tutta l'assemblea che si impegna nell'offerta della propria
vita, alla sequela del Signore.
Anche la processione d'ingresso del sacerdote, all'inizio
della Messa, deve essere bene intesa: l'avanzare verso l'altare
realizza come un pellegrinaggio, cammino ecclesiale per
i cristiani che sono stranieri e pellegrini, che bene esprime
le parole del Salmo 42: "Verrò all'altare di
Dio, al Dio della mia gioia e del mio giubilo".
La processione alla comunione, poi, ben lungi dall'essere
una coda davanti alla cassa di un supermercato, è
lo spostarsi e l'avanzare insieme verso il luogo della comunione
di persone animate dal desiderio di Dio che si esprime pienamente
nella mano tesa per ricevere il Corpo di Cristo.
Bastano questi cenni per accorgerci che i gesti e gli atteggiamenti
devono essere espressione di una fede illuminata e consapevole,
e si iscrivono nella trama stessa dell'azione liturgica
che i presenti, per invito del Signore, compiono con il
corpo e con l'anima.
Le azioni liturgiche si appellano anche ai sensi. In particolare,
i Sacramenti diventano comprensibili attraverso una catechesi
che si attua aprendo occhi e orecchie, per vedere quel che
si fa, per ascoltare ciò che si dice.
Non possiamo dimenticare, infatti, che la liturgia è
un'azione da compiere, più che un problema da capire.
La vista
Il senso maggiormente coinvolto nella liturgia è
la vista, al punto che si rischia di confondere l'azione
liturgica con uno spettacolo realizzato da attori per un
pubblico che assiste: in questa linea si giunge ben presto
alla negazione dell'assemblea liturgica.
La liturgia è attraversata dalla logica giovannea
del vedere e del credere: "Venite e vedrete" (Gv
1,39).
Ciò che viene colto dagli occhi del corpo viene trasferito
alla contemplazione degli occhi del cuore: quel che viene
offerto alla vista deve portare alla fede. L'elenco di tutto
ciò che si vede nella liturgia ci suggerisce l'importanza
del ruolo della vista nell'azione liturgica e soprattutto
dell'intuizione della fede che consente di entrare nel mondo
dei segni da cui la liturgia è costituita: la fede
dà pieno significato all'azione che vediamo con i
nostri occhi.
Ci viene chiesta una grande attenzione nei confronti di
ciò che si fa vedere nell'azione liturgica... L'importanza
della riunione di persone (assemblea) ci porta a considerare
la dimensione ecclesiale della liturgia; lo spessore della
Parola di Dio viene sottolineato anche dal "libro"
(lezionario) che si usa per la proclamazione di essa oppure
dall'ambone, luogo da cui la Parola viene proclamata. La
medesima cosa sì può dire degli altri "luoghi"
liturgici: il battistero, il luogo della Penitenza, l'altare,
la sede del presidente della celebrazione...
L'udito
Nella celebrazione vi sono molte cose da sentire o meglio,
da ascoltare. L'udito, quindi, è il senso più
sollecitato dalla liturgia anche se, dobbiamo ammetterlo,
l'udito richiede all'uomo uno sforzo più grande che
non la vista. La liturgia usa diversi modi di comunicare:
monizioni, canti, letture, preghiere... Si tratta, genericamente
parlando, di "testi" ciascuno dei quali appartiene
a uno speciale genere letterario.
Ci addentriamo in un settore al quale si è data troppo
poca attenzione.
Limitiamoci a qualche rilievo attinente alla proclamazione
della Parola. Dovrebbe essere ormai cosa acquisita da tutti
che non basta saper leggere le letture per essere in grado
di esercitare il ministero del lettore: questo ministero,
infatti, viene esercitato per trasmettere la Parola di Dio;
un ministero ecclesiale, dunque, che richiede coinvolgimento
personale nella lettura e risonanza di fede, nel cuore del
lettore, con quanto viene proclamato. E poi, questo ministero
richiede continuo esercizio non per diventare dei "professionisti"
ma per raggiungere una sufficiente capacità.
È evidente che l'improvvisazione, in questo settore,
non può che dare cattivi risultati.
Per la proclamazione dalla Parola di Dio la liturgia offre
qualche appoggio: innanzitutto, un "luogo" (ambone)
riservato alla proclamazione, posto di fronte all'assemblea
- segno che la Parola è ad essa rivolta, ed è
la Parola di un Altro, non proviene da noi. In secondo luogo,
la liturgia prevede un "libro" (lezionario) per
le letture; questo libro viene aperto, quasi per avvisare
che questa Parola viene da altrove e mette in guardia lo
stesso lettore suggerendo che è posto tra il ministro
e l'assemblea, e lo aiuta a trovare la giusta posizione
e il tono giusto di voce.
La visione dell'ambone e del lezionario facilitano dunque
l'ascolto della Parola (e sottolineano la sua importanza
sacramentale). Vista e udito si uniscono per raggiungere
l'obiettivo. Badiamo bene: l'azione liturgica tende a favorire
l'ascolto, più che la visione, perché "la
fede dipende dalla predicazione" (Rm 10, 17). Privilegiare
dunque l'ascolto - non la lettura, rinunciando alla comodità
che possono offrire i piccoli messali o i "foglietti"
che forniscono il testo delle letture del giorno - significa
tendere l'orecchio, ascoltare la Parola che viene rivolta
ai fedeli da parte di Dio stesso.
Il tatto
La liturgia fa uso sobrio del tatto. Pensiamo ad alcuni
gesti: l'acqua che tocca il corpo del battezzato, le unzioni
del Battesimo, alla Confermazione, alle ordinazioni e nel
caso dell'Unzione dei malati.
Sono gesti ministeriali: si riconosce al ministro della
Chiesa il diritto di toccare il corpo degli altri, come
lo si riconosce ai professionisti della sanità, medici,
infermieri, fisioterapisti...
Al tatto appartiene anche il gesto della pace, che si dà
con l'abbraccio o stringendo la mano...
Il gusto
La liturgia fa pochissimo uso del gusto. Attualmente si
gustano soltanto il Pane della vita e il calice della salvezza...
Questa latitanza dell'appello al gusto nella liturgia potrebbe
essere l'occasione perché si dia maggior risalto
a quei pochi spazi concessi ad esso; ad esempio, potremmo
studiare con maggior attenzione il problema creato - in
questo campo - dalle ostie bianche (usate per la Comunione
eucaristica), tanto sottili da non ricordare affatto il
pane e da non avere nessun gusto...
L'odorato
Anche nei confronti dell'odorato la pratica liturgica è
sottosviluppata.
Nella liturgia occidentale non si va più in là
dell'incenso; in passato era più frequente l'uso
dei petali di rosa in alcune circostanze, anche se più
legate al folklore.
Anche del sacro Crisma (confezionato con olio profumato)
di solito non si sente il profumo!?!
In questo campo dovremmo fare appello a una maggiore inventiva,
soprattutto se si considera che la liturgia, come azione,
richiede una conoscenza globale: intellettuale, fisica,
corporea. Il significato delle cose, nella liturgia si coglie
con tutti i sensi!
LA COMUNIONE SULLA MANO
La Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito che la santa
Comunione si possa distribuire anche deponendo la particola
del pane consacrato sulla mano dei fedeli, pur riaffermando
il pieno valore del modo di distribuire la Comunione deponendo
la particola, sulla lingua dei comunicandi.
A partire dal 3 dicembre 1989 (I Domenica di Avvento nel
Rito Romano, III Domenica di Avvento nel Rito Ambrosiano)
il fedele può ricevere la Comunione eucaristica o
nel modo consueto (sulla lingua che sporge dalla bocca)
o sulla mano (modo conosciuto nella Chiesa dai primi secoli
fino al compimento del primo millennio). Diversi sono i
motivi che hanno portato la Chiesa italiana a questa scelta;
tra essi elenchiamo i seguenti: la prassi è già
consentita in numerose Chiese d'Europa e di altri continenti;
sembra un esigenza suggerita dall'accresciuta mobilità
delle persone da una nazione all'altra; molti avanzano anche
ragioni di ordine igienico.
Perché accedere alla Comunione Eucaristica?
* Il Signore Gesù, il giorno prima di morire, istituì
il banchetto eucaristico: prese il pane, rese grazie, lo
spezzò e lo diede ai suoi discepoli e disse: "Prendete,
e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto
in sacrificio per voi". Allo stesso modo, dopo aver
cenato, prese il calice del vino, rese grazie, lo diede
ai discepoli e disse: "Prendete, e bevetene tutti:
questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed
eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione
dei peccati. Fate questo in memoria di me".
* Da allora la Chiesa, fedele al suo Signore, si ritrova
ogni giorno dopo il sabato per celebrare la memoria della
sua Pasqua di morte e di resurrezione; continua a spezzare
il Pane della condivisione per le necessità dei fratelli.
* Il cristiano cerca di fare della sua vita un dono, un
sacrificio spirituale gradito a Dio a imitazione di Cristo
che nel suo sacrificio ha offerto la sua vita al Padre e
per tutti ha dato il proprio Corpo e ha versato il proprio
Sangue.
*La Chiesa al tempo stesso sente l'urgenza di inculcare
l'amore profondo a questo 'Sacramento mirabile' e ha riservato
grande attenzione e riverenza all'Eucarestia anche nel modo
di avvicinarsi alla mensa e di ricevere la Comunione.
* La Comunione al Corpo e al Sangue del Signore è
manifestazione della piena, attiva, consapevole e sacramentale
partecipazione alla Messa, che è il Convito pasquale.
Come accedere alla Comunione Eucaristica?
Disposizioni interiori:
* La fede nella presenza reale del Signore sotto le specie
eucaristiche del pane e del vino consacrati. "L'Amen"
che il fedele pronuncia rispondendo alle parole del ministro:
"Il Corpo di Cristo" è il segno più
eloquente della consapevolezza di ciò che si va a
ricevere.
* Lo stato di grazia: la Chiesa chiede che nessuno consapevole
di essere in peccato mortale, per quanto si creda contrito,
si accosti alla santa Eucaristia senza premettere la confessione
sacramentale, a meno che non vi sia grave e urgente necessità.
* Fin dai tempi più antichi la Chiesa chiede la pratica
ascetica del digiuno: l'astensione, cioè, da qualunque
cibo o bevanda (a meno che non sia semplice acqua o una
medicina) per almeno un'ora prima della Comunione. Ne sono
dispensati i malati, gli anziani e coloro che li assistono.
Il modo esterno di ricevere la comunione:
* A scelta del fedele che si comunica, due sono i modi ammessi
di distribuire la Comunione:
? quello di porre la particola sulla lingua che sporge dalla
bocca; quello di deporre la particola sulle mani protese
entrambe verso il ministro.
Ovviamente, se la Comunione viene data sotto le due specie,
per intinzione, sarà consentito soltanto il primo
modo.
* Il ministro adeguerà i suoi gesti alla posizione
che il comunicando assume; rispetterà quindi la scelta
del fedele e non imporrà in nessun caso il modo da
lui preferito. Per il secondo caso il modo prescritto è
il seguente: si protendono entrambe le mani a ricevere il
Corpo di Cristo (la mano sinistra sopra, leggermente concava,
nell'atto di ricevere un dono che viene deposto - la mano
destra sotto, quasi a sorreggerla; con la mano destra si
prende la particola e la si porta alla bocca.
Dal momento che nel rito della Comunione ci si accosta in
fila al ministro, è bene che, dopo aver ricevuto
la particola sulla mano, il fedele si sposti a lato, consentendo
a chi viene dopo di accedere al ministro. Subito dopo questo
spostamento, prima di tornare al posto, egli si comunica
stando rivolto all'altare.
L'atteggiamento esterno deve esprimere la confacente, personale
devozione e venerazione verso il Sacramento Eucaristico:
le labbra pronunciano l' "Amen" che esprime anche
il desiderio di diventare membro vivo e responsabile del
Corpo di Cristo che è la Chiesa; gli occhi guardano
il dono ricevuto...; il corpo si china per la donazione
...; le mani ricevono e portano alla bocca il dono prezioso.
I "FOGLIETTI"
OVVERO LE SCHEDE PER LA MESSA FESTIVA DEI FEDELI
Oggi, acquisita una certa familiarità con la teologia
della celebrazione liturgica, viene richiesta con sempre
maggiore insistenza l'assunzione di un compito tendente
ad educare l'assemblea perché sia pronta all'ascolto,
alla risposta e alla partecipazione che esprima consapevolmente
l'esercizio del sacerdozio battesimale.
Siamo così chiamati ad educarci perché il
sacerdote - un tempo celebrante esclusivo e staccato dall'assemblea
(che pregava per conto proprio) - sia capace di presiedere
'in persona Christi' un'assemblea tutta ministeriale e celebrante
con lui in forma viva il 'memoriale del Signore'. Mi pare
che proprio in questo momento delicato della riforma - rinnovamento
(che segna il passaggio dal "provvisorio" alla
"normalità creativa" del nuovo rito celebrativo)
che i sussidi (compreso i "foglietti"), si siano
cristallizzati su una formula - proposta fissa, non più
adatta ad un cammino pedagogico del presidente e dell'assemblea
verso una celebrazione autentica e ben caratterizzata.
È avvenuto che parallelamente all'accoglienza dell'edizione
dei libri liturgici rinnovati e degni delle due mense (con
una produzione collaterale di testi e di raccolte di canti),
si finì per preferire l'arrivo in parrocchia di sussidi
per una Messa non "preparata" ma "preconfezionata",
dove tutto è già pronto per essere "usato"...
da Palermo a Bolzano, da un'assemblea riunita in una Cattedrale
attorno al Vescovo o da una minuscola comunità riunita
in una chiesetta di montagna.
"Sussidio" e preparazione dell'assemblea celebrante
Si impone che il "sussidio" per la celebrazione
della Messa domenicale sia specificamente ed espressamente
preparato per una determinata comunità. Una scelta
che suscita la facile obiezione: la mancanza di tempo.
D'altra parte non è ipotetico il pericolo che, affidandoci
al tutto "già pronto e confezionato", si
finisca per non riconoscere, tra i doveri primari, un lavoro
adeguato per programmare e preparare la Messa, e ci si illuda
che basti il tempo necessario per distribuire i foglietti
sui banchi della chiesa (facendo almeno attenzione a non
sbagliare settimana... o a rendersi conto quando c'è
una Messa vigiliare...).
Sembra davvero necessario coltivare la convinzione che il
tempo dedicato alla preparazione di una liturgia è
un vero e proprio ? se non il massimo ? servizio pastorale
al popolo di Dio. Questa convinzione dovrebbe guidare il
sacerdote e il Gruppo parrocchiale di animazione liturgica
nella scelta dei testi della Messa (orazioni, prefazio,
preghiera eucaristica, letture, canti), nell'assegnazione
dei compiti ministeriali (animatore, ministranti, diversi
uffici), nella preparazione dell'omelia, della preghiera
universale, ecc. ecc. Un secondo impegno importante riguarda
educare l'assemblea liturgica all'ascolto, anche preparando
lettori idonei e impianti di amplificazione efficienti.
"Principi e Norme" del Lezionario al n. 45 recita:
"Nella celebrazione della Messa, i fedeli ascoltino
la Parola con quella venerazione interna ed esterna, che
porti in loro costanti progressi nella vita spirituale e
li inserisca più profondamente nel mistero che viene
celebrato".
Ibidem n. 55: "Perché i fedeli maturino nel
loro cuore, ascoltando le parole divine, un soave e vivo
amore della sacra Scrittura, è necessario che i lettori
incaricati a tale ufficio, anche se non hanno ricevuta l'istituzione,
siano veramente idonei e preparati con impegno".
Ibidem n. 37: "Non si sostituiscano per rispetto alla
dignità della Parola di Dio altri sussidi pastorali,
per es.: foglietti destinati ai fedeli per preparare le
letture e meditarle personalmente". In fondo, si tratta
di mettere in onore e di attuare quanto i testi conciliari
e postconciliari ribadiscono insistentemente circa la "partecipazione
attiva" (questa è la vera "rivoluzione"
operata in campo celebrativo!): tutto quello che vanifica
la preparazione assidua e circostanziata di un'assemblea
celebrante inesorabilmente mortifica anche le indicazioni
della Sacrosanctum Concilium ed esonera il pastore dall'impegno
di guida e di animatore primo della "sua" assemblea.
Ma noi sappiamo che questo impegno è irrinunciabile
da parte nostra; ce lo ricorda anche l'Arcivescovo: "E'
importante, e primario compito del lavoro pastorale, che
soprattutto la celebrazione domenicale dell'Eucaristia,
per il modo con cui è preparata ed eseguita, esprima
con chiarezza il suo dinamismo interno..." (Effatà
- Apriti, n. 60).
Alcuni orientamenti
Non possiamo nasconderci che le giustificazioni al "foglietto"
sono di fatto numerose e motivate...: questo sussidio fa
già tutto... che cosa devo preparare di più?
Tentiamo di risolvere il problema avanzando alcune proposte:
1. Uso "guidato" del "foglietto"
Il "foglietto" può servire durante la celebrazione
in alcune circostanze che si possono verificare durante
la celebrazione stessa:
- il fedele non riesce a ritenere a memoria le formule comuni
("Gloria", "Credo" ...);
- lo sforzo di ritenere a memoria il ritornello del salmo
responsoriale a volte alimenta la distrazione dal testo
del salmo stesso;
- può capitare di fare ricorso al "foglietto"
per la lettura comunitaria di un testo della Messa da parte
dell'assemblea...
Più che opportunamente la distribuzione del "foglietto"
sia quindi accompagnata da puntuali indicazioni per l'uso:
diversamente si favorisce la confusione dei compiti nell'assemblea
"gerarchicamente costituita e organicamente compaginata",
non la partecipazione alla celebrazione. Del resto, sappiamo
come sia concreta da parte dell'assemblea celebrante (pastore
e fedeli) la possibilità dì cadere in pericolosi
equivoci; ad esempio:
- la sistematica (non motivata) lettura simultanea del testo
riportato dal "foglietto" mentre il lettore "proclama"
la Parola di Dio;
- il leggere, quasi "suggerire" i testi eucologici
riservati al presidente dell'assemblea liturgica, da parte
dei "devoti";
- il cedere, da parte del presidente, alla suggestione di
seguire pedissequamente le monizioni, le introduzioni, a
scapito della creatività (non "ímprovvisazione")
prevista dai libri liturgici;
- il proporre un generico "atto penitenziale"
che invece richiede di essere formulato con attenzione ai
problemi del vissuto, alla situazione della comunità;
- l'usuale ricorso al testo stampato per proporre la preghiera
universale, senza tener conto che essa, come preghiera dei
"fedeli", deve coinvolgere anche i laici nella
preparazione e nell'esecuzione, garantendo così una
sintonia con la specifica assemblea celebrante.
2. Il "foglietto", sussidio "prima e
"dopo"
Il "foglietto" rappresenta uno strumento di pastorale
liturgica che domanda intelligenza e perspicacia nei tempi
e nei modi d'uso.
Il continuare ad affidarsi ad esso, e soltanto ad esso,
come sussidio destinato ai fedeli per la celebrazione della
Messa, sembra espressione della situazione di stasi in cui
si trova il cammino del rinnovamento liturgico, e reclama
la necessità urgente di correre ai ripari perché
questa fase stagnante sia superata.
Il "foglietto" può rappresentare un sussidio
che prepara remotamente alla Celebrazione: il fedele trova
in esso i testi biblici e liturgici, le introduzioni e i
commenti... con la lettura meditata di essi (nella tranquillità
della sua casa) si preparerà ad accogliere adeguatamente,
nella prossima domenica, l'annuncio vivente e palpitante
della buona novella e a celebrare l'"hic et nunc"
della salvezza.
I "foglietti", in un secondo tempo, saranno di
grande aiuto (di ritorno tra le pareti domestiche) per approfondire
durante la settimana il significato della celebrazione festiva,
favorendone la traduzione e l'applicazione nella vita quotidiana.
3. Scheda liturgica appositamente preparata
Oggi non è difficile ed impossibile preparare un
foglio-sussidio per la propria assemblea (è il preciso
compito del pastore che guida il gruppo parrocchiale di
animazione liturgica) anche perché esso deve contenere
indicazioni essenziali: un titolo (indicazione della festa,
con un "motto" riassuntivo della tematica), il
canto d'ingresso (testo o testo e musica), indicazione per
l'atto penitenziale, citazione per le letture, testo del
salmo responsoriale (possibilmente cantato), canto dopo
il Vangelo, acclamazione dopo la consacrazione, canto allo
spezzare del pane, canto alla comunione, eventuali osservazioni
sulla celebrazione.
4. Libro di preghiera e dei canti
Per partecipare attivamente alla celebrazione è sufficiente
che i fedeli abbiano tra mano il "Libro di preghiera
e dei canti" della diocesi. Ovviamente occorre la presenza
di un animatore liturgico che aiuti i fedeli a usarlo in
modo pertinente, restando comunque inteso che colui che
presiede la celebrazione non può in nessun caso ritenersi
dispensato dal preparare e dall'intervenire come principale
animatore di quella specifica assemblea, in quella particolare
situazione celebrativa.
LA PARTECIPAZIONE ALLA LITURGIA
Il Concilio Vaticano II rivolge, prima che ad altri, ai
pastori d'anime la sua parola riguardante il compito di
promuovere la partecipazione alla liturgia dei fedeli; poi
rivolge la sua raccomandazione ai medesimi perché
riscoprano in se stessi e nella liturgia quelle motivazioni
che permettono che il popolo cristiano non assista semplicemente
e passivamente alle cerimonie del culto divino, ma capisca
il senso di esse e ad esse sia associato in modo che la
celebrazione sia piena, attiva e comunitaria (cfr. SC 21).
Si vuole sottolineare che la celebrazione liturgica è
azione dell'intera assemblea: tutti i componenti di essa
sono attori e quindi "partecipano" ossia "prendono
parte" attivamente a quanto si compie.
L'assemblea, soggetto della celebrazione liturgica ? ovvero,
la partecipazione attiva alla liturgia ? è il punto
fondamentale da cui si deve partire per attuare un'autentica
celebrazione liturgica e quell'accurata revisione generale
della liturgia che la Chiesa "ardentemente desidera"
(SC 2 1).
Che cosa è la partecipazione liturgica?
Uno degli scopi della riforma liturgica (cfr. Inter oecumenici
4) per cui viene garantita quella presenza per effetto della
quale quanti intervengono alla celebrazione liturgica sono
soggetti attivi - attori - della medesima e non semplici
spettatori o peggio estranei passivi e distratti.
Questo tipo di partecipazione è di carattere universale:
- riguarda tutti i membri del popolo di Dio; non solo i
sacerdoti, i religiosi, gli impegnati, ecc., ma anche i
semplici, gli analfabeti, i bambini, i meno formati...
- riguarda tutti i membri delle singole assemblee liturgiche
anche se non li riguarda tutti allo stesso modo.
Proprietà della partecipazione attiva
- Pienezza (compiutezza): riguarda tutti gli atti di culto,
e tutte le parti dei singoli atti di culto.
- Consapevolezza: conoscenza illuminata di quanto si fa
o si dice (riti, gesti, preghiere...); coscienza delle proprie
funzioni da esercitare nella liturgia; conoscenza dei motivi
che fondano la partecipazione.
- Attività: la partecipazione primariamente interiore
deve manifestarsi anche "con atti esterni, come sono
le posizioni del corpo - in ginocchio, in piedi, seduti
-, i gesti rituali, soprattutto le risposte, le preghiere
e il canto " (MS 22b).
Fondamento teologico della partecipazione attiva
- La natura stessa della liturgia: essa, nella sua intima
struttura e nella sua essenza, è azione di tutto
il corpo della Chiesa (del Vescovo e con lui di tutto il
popolo santo) e si esprime in forme che prevedono l'intervento
dell'intera assemblea pur nel pluralismo di funzioni diverse
e di modalità differenti di partecipazione dei singoli
membri della stessa assemblea.
- Il Battesimo: sacramento che aggrega al popolo di Dio
"stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo
di acquisto", (1 Pt 2,9). Più precisamente,
potremmo dire che il secondo fondamento è la partecipazione
al sacerdozio di Cristo da parte di tutti i membri del popolo
di Dio per effetto dei Battesimo.
Diversità di forme, di funzioni e di gradi nella
partecipazione attiva
Le azioni liturgiche "toccano i singoli membri in maniera
diversa, secondo la diversità degli ordini, delle
funzioni e dell'effettiva partecipazione" (SC 26).
Le diverse modalità della partecipazione alla liturgia
vanno distinte secondo il duplice profilo del tipo di partecipazione
al sacerdozio di Cristo e del tipo di azione che si compie.
In base al tipo di partecipazione al sacerdozio di Cristo
distinguiamo: la partecipazione in forma generale o comune
(sacerdozio battesimale o regale, proprio dei laici); la
partecipazione in forma ministeriale o gerarchica (sacerdozio
comunicato attraverso il sacramento dell'Ordine, proprio
del vescovo, del presbitero e del diacono).
In base al tipo di azione che si compie, distinguiamo: la
partecipazione generica (quella del numero maggiore di membri
dell'assemblea, che pur svolgendo una parte attiva, non
assolvono a un ufficio specifico); la partecipazione specifica
(quella di quanti assolvono a un ufficio preciso e ben determinato):
essa è ministeriale e non-ministeriale.
Frutti derivanti dalla partecipazione alle sacre celebrazioni:
- si può attingere abbondantemente alla vita divina
per la propria formazione cristiana (Inter oecumenici 8).
- si può alimentare la vita spirituale di intimità
con Cristo (Apostolicam actuositatem 4).
Alcuni principi generali circa la partecipazione alla
liturgia
Dovrebbe essere scontato: occorre usare ogni mezzo perché
i fedeli partecipino attivamente alle sacre celebrazioni
(Eucaristicum mysterium 46) e, quindi, preferire sempre
una celebrazione comunitaria con la partecipazione dei fedeli
(SC 27). Di qui:
- Il compito di educare i fedeli alla partecipazione attiva
alla liturgia: i pastori d'anime devono sforzarsi di attuare
con impegno e con pazienza quanto viene stabilito dalla
Costituzione liturgica sull'ducazione liturgica dei fedeli
e la loro partecipazione attiva, interna ed esterna, che
"deve essere promossa secondo la loro età, condizione,
genere di vita e grado di cultura religiosa" (SC 19).
Soprattutto devono curare l'educazione liturgica e la partecipazione
attiva di coloro che fanno parte delle associazioni religiose
di laici, tenendo presente che essi devono partecipare alla
vita della Chiesa in modo più pieno, ed essere di
aiuto ai sacri pastori anche nel promuovere convenientemente
la vita liturgica della parrocchia (SC 42).
- Come curare la partecipazione attiva:
"Per promuovere la partecipazione attiva, si curino
le acclamazioni dei fedeli, le risposte, la salmodia, le
antifone, i canti nonché le azioni e i gesti e l'atteggiamento
del corpo. Si osservi anche, a tempo debito, il silenzio"
(SC 30).
"Perché i fedeli partecipino attivamente alla
liturgia più volentieri e con maggior frutto, conviene
che le forme di celebrazione e i gradi di partecipazione
siano opportunamente variati, per quanto possibile, secondo
le solennità dei giorni e delle assemblee" (MS
10).
"... la partecipazione attiva di tutto il popolo, che
si manifesta nel canto, si promuova con ogni cura"
(MS 16).
- La partecipazione alla liturgia è un diritto-dovere:
"Nell'assemblea che si riunisce per la Messa, ciascuno
ha il diritto e dovere di recare la sua partecipazione in
diversa misura, a seconda della diversità di ordine
e di compiti"...
"Tutti, sia i ministri che i fedeli, compiendo il proprio
ufficio nella Messa, facciano tutto e soltanto ciò
che è di loro competenza; così che la stessa
disposizione della celebrazione manifesti la Chiesa costituita
nei suoi diversi ordini e ministeri" (PNMR 58; PNMA
59).
- Il rinnovamento liturgico favorisce una migliore partecipazione
alla Messa:
"La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non
assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero
di fede, ma che, comprendendolo bene per mezzo dei riti
e delle preghiere, partecipino all'azione sacra consapevolmente,
pienamente e attivamente; siano istruiti nella parola di
Dio; si nutrano alla mensa del Corpo del Signore; rendano
grazie a Dio, offrendo l'ostia immacolata, non soltanto
per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino
ad offrire se stessi e, di giorno in giorno, per mezzo di
Cristo mediatore, siano perfezionati nell'unità con
Dio e tra loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in
tutti" (SC 48).
- Quale deve essere la partecipazione dei fedeli:
Prima di tutto, interna: e per essa i fedeli conformano
la loro mente alle parole che pronunciano e ascoltano, e
cooperano con la grazia divina; anche esterna: e con questa
manifestano la partecipazione interna attraverso i gesti
e l'atteggiamento del corpo, le acclamazioni, le risposte
e il canto (cfr. MS 15).
- Preparazione alla partecipazione alla liturgia:
remota, soprattutto attraverso la catechesi (Eucaristicum
mysterium 11) prossima: in particolare ordinando le celebrazioni
(PNMR e PNMA 2 e 5).
CELEBRARE
"Celebrare" è un concetto sul quale oggi
si riflette molto: si vuole meglio capire - per vivere più
intensamente - questa realtà poliedrica che chiama
in gioco dinamismi umano-divini.
La storia della salvezza
L'orientamento-base e la premessa essenziale che ci guidano
nella riflessione consistono nel tenere vivo il senso della
storia della salvezza in cui gli uomini e il mondo sono
inseriti.
Dio "vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino
alla conoscenza della verità" (1 Tm 2,4): questo
piano di salvezza, quest'opera di redenzione, che ha il
suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nell'Antico
Testamento, è stata compiuta in Cristo Signore.
La Chiesa
Ma parallelamente deve rimanere lucida alla nostra considerazione
la verità della Chiesa: costituita da Cristo come
sua (Mt 16, 18), che vive edificata su Cristo (1 Pt 2,5),
che è tempio del Signore e Corpo di Cristo (1 Cor
3,16-17, 2 Cor 6,6-16; Ef 2,2 1) e che - quando "la
Parola si fece carne e pose la sua tenda tra noi" (Gv
1, 1-14; cfr Gv 2,15-16) - è il luogo spirituale
del culto di Dio.
Da allora la Chiesa non tralascia di riunirsi in assemblea
per celebrare il mistero pasquale mediante l'azione di grazie
"a Dio per il suo dono ineffabile" (2 Cor 9,15)
nel Cristo Gesù, "in lode della sua gloria"
(Ef 1, 12), per virtù dello Spirito Santo (Sacrosanctum
Concilium 6). E in questo tempo della Chiesa (che è
la continuazione del tempo di Cristo), la Chiesa attua la
salvezza nella liturgia, ultimo momento della salvezza.
La liturgia
In terzo luogo, giova alla formazione del concetto di "celebrare"
la precisa cognizione teologica della liturgia della Chiesa,
fondata saldamente su Cristo sacerdote, pontefice eterno,
mediatore della Nuova Alleanza.
E il Concilio Vaticano II che offre un'analoga definizione
di liturgia, in questa linea: "Giustamente perciò
la liturgia è ritenuta come l'esercizio del sacerdozio
di Gesù Cristo; in essa, per mezzo di segni sensibili,
viene significata e, in modo ad essi proprio, realizzata
la santificazione dell'uomo, e viene esercitato dal Corpo
mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle
sue membra, il culto pubblico integrale" (Sacrosanctum
Concilium 7).
La Chiesa è capace di attuare un'opera così
grande quale la redenzione perché Cristo è
presente in essa, nelle azioni liturgiche in modo speciale:
nella liturgia è sempre attiva la meravigliosa realtà
soprannaturale del piano della salvezza.
La comunità sacerdotale
e cultuale
Non deve essere neppure disatteso il concetto di Chiesa
come comunità sacerdotale e cultuale; dalla nostra
riflessione, cioè, deve trasparire, come in filigrana,
anche il dato teologico circa il sacerdozio comune e il
sacerdozio ministeriale. In questa sede basta il semplice
richiamo ad esso: l'argomento verrà sviluppato nella
trattazione dell'assemblea celebrante e della partecipazione
attiva alla liturgia.
Per attuare la celebrazione
Concretamente, per il rinnovamento della celebrazione dobbiamo
rifarci a una rivoluzione non tanto nei riti quanto nella
mentalità: per questo ci dobbiamo appellare ai fondamenti
sopra richiamati, e anch'essi calati nel contesto culturale
del nostro tempo.
"Celebrare" diventa davvero il testo di verifica
di quanto viene affermato nella Costituzione liturgica circa
la liturgia "culmine dell'azione della Chiesa e fonte
della sua virtù" (Sacrosanctum Concilium 10).
Così, "celebrare" coinvolge un complesso
dinamismo di concetti: ricordare, esaltare, accogliere il
dono del Signore, assumere precisi impegni morali, aprirsi
a orizzonti futuri... E precisamente in questo "luogo"
teologico la struttura della celebrazione riceve significato:
la comunità viene radunata da Dio, entra in dialogo
con lui e con lui stringe la nuova Alleanza nel sangue di
Cristo, e, mossa dallo Spirito Santo, ritorna in missione.
Dunque, tentando di ridurre a schema quanto una comunità
deve tenere presente per avviare un autentico rinnovamento
della celebrazione, potremmo elencare almeno i seguenti
cinque punti:
1. Coltivare la consapevolezza di essere popolo di Dio (cfr.
1 Pt 2,9), cioè di essere di fronte a una convocazione
che viene da Dio e di sperimentare l'inserzione viva in
un avvenimento di salvezza.
2. Vivere nel clima di comunione, dando risalto alla struttura
dialogica della celebrazione stessa, valorizzando i momenti
di creatività e gli inviti all'attualità.
3. Manifestare la fede nella presenza di Gesù Cristo
che salva; da questa convinzione deriva il clima di festa
(che è inseparabile dalla gioia) di ogni celebrazione.
4. Avvivare l'attenzione ai mezzi espressivi della celebrazione
(formule, gesti, canti, silenzio, atteggiamenti esterni
e interiori... sapendo cogliere il dinamismo e la forza
dei riti).
5. Instaurare un giusto rapporto tra preghiera e vita: il
dono ricevuto mediante la fede deve esprimersi nel quotidiano,
così da rinnovare il servizio della carità
e l'impegno missionario.
IL TRIDUO PASQUALE
La celebrazione, che la Chiesa compie, del triduo pasquale
del Signore Gesù Cristo crocifisso, sepolto e risorto,
inizia con la Messa "Nella cena del Signore" del
giovedì santo, passa per la contemplazione del mistero
della morte di Gesù del venerdì santo e si
conclude con l'annuncio solenne della "bella notizia"
che Cristo è risorto della veglia e della domenica
di Pasqua.
La vicenda pasquale di Cristo non è da contemplarsi
in episodi staccati l'uno dall'altro ma nella realtà
di un unico evento: il passaggio dalla morte (accettata
e non soltanto subita) alla vita nuova che fonda la nostra
speranza.
GIOVEDÌ SANTO
La Chiesa celebra il gesto di Gesù che dona se stesso,
fino al dono della sua vita: Egli si consegna agli avversari
e consegna nelle mani dei suoi discepoli il suo Corpo e
il calice del suo Sangue come "memoriale" perpetuo.
La Messa "in coena domini" apre il memoriale della
passione del Signore, che inizia nel cenacolo e si conclude
con il tradimento di Pietro (Mt 26, 17-75).
Dio, nel suo grande amore, è clemente e misericordioso
(Gio 1, 1-6. 2, 1-2,11; 3, 1-5, 10; 4, 1-11); anche l'Eucaristia
risale alla volontà e al gesto d'amore di Cristo
nell'ultima cena (1 Cor. 11, 20-34).
Mistericamente ricordiamo la più nera ingratitudine
durante la notte del più intenso amore: la Chiesa
ci presenta la sublime realtà dell'Eucaristia come
l'espressione suprema della donazione universale di Cristo.
Lavanda dei piedi: si ripete un atto di carità che
deve essere assai comune nella Chiesa; e ciò in obbedienza
al precetto di Gesù: "Vi ho dato l'esempio affinché
come ho fatto io, anche voi facciate" (Gv. 13, 15).
VENERDÌ SANTO
Celebriamo la morte redentrice di Cristo sulla croce: la
Chiesa si sofferma nella meditazione della fine, drammatica
e sofferente, del suo Signore.
Vespri con la celebrazione della Parola di Dio: l'austera
liturgia nelle due letture dal profeta Isaia (49, 24-26;
50, 1-11 e 53, 1-12) congiunte dal Salmo 2 1, offre la prefigurazione
della sofferenza del servo di Dio per espiare i nostri peccati
e trova il suo valore definitivo e universale, in ordine
alla nuova ed eterna alleanza, nella narrazione della Passione
secondo Matteo (27, 1-66).
Anche se sappiamo che ormai Cristo è nella gloria,
il fatto di celebrare la sua morte avviene con serietà,
sia perché essa è avvenuta in un momento storico
preciso - che ha segnato il massimo della iniquità
e insieme il vertice dell'amore - sia perché quella
vicenda si ripete nella vita di ciascuno di noi.
Adorazione della croce e preghiera universale
Le preghiere e gli inni contengono anche espressioni profetiche
e vibrazioni di speranza: la Chiesa vede nel santo legno
della Croce il segno glorioso della vittoria di Cristo sulla
morte e sul peccato; nel contempo, innalza a Dio una solenne
preghiera per le diverse categorie di fedeli e di uomini,
per le varie necessità della Chiesa e del mondo.
Accanto a questa celebrazione della passione e morte del
Signore la pietà popolare ha sviluppato, tra le altre
devozioni, la "via crucis": drammatizzazione del
racconto della passione.
VEGLIA PASQUALE
La Chiesa celebra la risurrezione di Cristo dai morti, momento
culminante della storia di Dio nel mondo.
La veglia pasquale è attesa da parte della Chiesa
del mistero della risurrezione di Cristo; è la notte
dell'incontro con Cristo risorto.
La veglia è una celebrazione che consente a noi di
partecipare al mistero pasquale che ogni anno diventa, in
misura maggiore, la nostra pasqua ossia il nostro passaggio
dal peccato alla grazia, dalla morte alla vita, dalla terra
al cielo.
In questa notte ci immergiamo nel cuore stesso della vita
cristiana, celebriamo la "liturgia madre" di tutte
le liturgie: ci incontriamo con il mistero di Cristo che
ci porta con sé dal mondo al Padre, e ravviviamo
la nostra attesa della Pasqua finale, quando ritornerà
lo Sposo, quando la terra si trasformerà nel cielo.
Lucernario: è la preghiera per la benedizione e
l'accensione del cero, simbolo di Cristo risorto, luce del
mondo, e quindi principio di luce e di vita di tutte le
cose.
Questa preghiera consiste in un inno grandioso che sintetizza
tutti i temi della veglia pasquale.
Liturgia della Parola
E' costituita, nel rito ambrosiano, da sei letture veterotestamentarie
prefigurative dell'opera di redenzione, del sacrificio di
Cristo e della profonda rinnovazione interiore dell'uomo
peccatore per effetto della Pasqua del Signore Gesù,
resa operante attraverso il Battesimo, sacramento della
rigenerazione, e l'Eucaristia.
La serie delle letture:
Gen 1,1-2, 3a: le meraviglie della creazione come segno
della potenza di Dio
Gen 12,1-19: il sacrificio di Isacco
Es 13, 18-22; 14, 1-8: la colonna di nube e di luce che
accompagna il passaggio del Mar Rosso
Es 12,1-11: il sangue dell'agnello preserva gli ebrei dallo
sterminio
Is 54,17; 55,1-11: convocazione dei servi del Signore alle
sorgenti d'acqua e al convito
Is 1, 16-19: invito alla conversione e alla purificazione
del cuore.
Annuncio della risurrezione di cui troviamo eco e ampio
commento nelle tre letture che seguono:
At 2, 22-28: annuncio di Pietro: Gesù risuscitato
Rm 1, 1-7: il Vangelo consiste essenzialmente nell'annuncio
del Signore risorto
Mt 28, 1-7: non cercate tra i morti Colui che vive.
Liturgia battesimale
La benedizione solenne dell'acqua è una preghiera
di consacrazione che sintetizza i principali simbolismi
biblici del Battesimo. Ad essa segue la celebrazione del
Battesimo oppure la rinnovazione delle promesse battesimali
da parte di tutta l'assemblea.
Celebrazione dell'Eucaristia
Essa nella veglia ha le maggiori possibilità di comprensione
e di donazione: l'immolazione di Cristo, il vero Agnello
che portò via i peccati del mondo, distrusse la morte
mediante la sua e ci ha reso la vita mediante la risurrezione
(cfr. Prefazio), è più che mai presente e
viva, anche a livello psicologico, in questa "beatissima
notte".
Pubblichiamo alcuni passaggi trascritti dalla registrazione
dell'OMELIA che l'Arcivescovo ha tenuto in Duomo DURANTE
LA MESSA CRISMALE
Parto dal significato che la liturgia ha nella vita della
Chiesa, come "culmine verso cui tende" tutta la
sua azione "e insieme, fonte da cui promana tutta la
sua virtù" e mi domando: come giustificare,
a partire dal Nuovo Testamento, questo primato della preghiera
liturgica?,
Leggendo il Nuovo Testamento cogliamo che esso piuttosto
che sulla organizzazione del culto liturgico insiste sul
kerygma e sul comportamento etico conseguente, sulla vita
nuova in Cristo, sulle virtù dei cristiano.
Come possiamo allora affermare che la liturgia è
"la fonte da cui promana tutta la virtù"
della Chiesa, è "fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione"?
E una domanda che mi affiora soprattutto quando sono affaticato
dalle lunghe liturgie, ripetute magari di seguito in diverse
parrocchie nelle visite pastorali. Mi dico: come mi sostiene
il Nuovo Testamento in questa fatica? E che cosa dire a
tutti quei preti che partecipano con me a questa fatica?
1. Una prima osservazione: mi pare che se nei vangeli si
parla poco o nulla della liturgia cioavviene perché
essi sono di fatto una liturgia vissuta con Gesù
in mezzo ai suoi. I vangeli sono Gesù che parla ai
discepoli e alla gente, che li ascolta, che guarisce e sana,
che comunica se stesso. Sono la rappresentazione di Gesù
che soffre e muore per la moltitudine. E' questa la liturgia
dei vangeli: essere attorno a Gesù nella sua vita
e nella sua morte.
2. A mio avviso è dunque estremamente importante
cogliere nella liturgia questa fondamentale dinamica: essere
noi oggi attorno al Cristo glorioso, che ci parla, ci ascolta,
ci sana, prega a nostro nome, proprio come faceva con gli
apostoli negli anni della sua esistenza terrena.
La liturgia è stare oggi intorno alla persona del
Signore, ascoltarlo, parlargli, pregarlo, lasciarlo pregare
per noi. Potremmo dire che la liturgia è la danza
della Chiesa attorno al Cristo, un po' come la danza di
Davide attorno all'arca, è quella gratuità
gioiosa che si sprigiona dalla presenza di Gesù.
3. La liturgia è una danza attorno a Cristo che conserva
le piaghe della passione: il Risorto è il Crocifisso,
"Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati
con il suo sangue" (Ap 1,5). Ora è nella sua
vita gloriosa e noi ce ne rallegriamo facendo memoria della
sua morte come dono per noi. E danziamo a lungo attorno
a lui con l'aiuto dei salmi, dei cantici, delle orazioni;
lo ascoltiamo nelle letture, ci lasciamo inondare dalla
sua presenza, che ci possiede con la forza e l'amore con
cui, crocifisso, si è donato per noi.
4. Di conseguenza, la liturgia è anzitutto azione
di Gesù a nostro vantaggio. Non è qualcosa
che noi facciamo per Gesù; è lui ad agire
per la nostra santificazione. E' il Padre che in lui avvolge
della sua potenza. La liturgia sta a dirci che Dio ci vuole
bene, che opera in noi per la potenza dello Spirito Santo.
Essa è quindi una serie di azioni che il Cristo compie
nella potenza dello Spirito in noi, con noi e per noi. Ce
lo ripete anche il Papa nella sua lettera del Giovedì
Santo: "Senza la potenza dello Spirito, come potrebbero
infatti labbra umane far sì che pane e vino diventino
il Corpo e il Sangue del Signore fino alla fine del mondo"?
Non di rado dimentichiamo questo primato del 'Cristo Risorto'
operante per noi nella liturgia.
A me dà conforto pensare, quando mi sento affaticato
nel celebrare il terzo pontificale di una giornata, che
Gesù sta agendo, ci nutre, ci fa suoi, intercede
per noi.
5. È così anche possibile cogliere nella sua
giusta luce quell'aspetto della liturgia che viene spesso
opportunamente sottolineato, cioè l'aspetto simbolico.
Si tratta del fatto che la liturgia "mira oltre",
si spinge al di là di sé, ci sospinge oltre
noi stessi. Ma ciò va detto anzitutto di ciò
che la liturgia dice e fa da parte di Dio. Dicendo che la
liturgia è azione simbolica diciamo che essa significa
anzitutto ciò che Gesù fa e intende dire per
noi. In particolare l'Eucaristia, col simbolo del nutrimento,
del pasto, dice che Gesù vuole stare con noi, identificarsi
con noi, vivere in noi, donarci se stesso, farci vivere
l'unione mistica, cioè l'unione di volontà,
la fusione di due cuori che si amano. Dice l'infinità
dell'amore di Dio, della sua misericordia, della sua tenerezza
per me.
6. Chiarita l'attività principale del Risorto nella
liturgia, possiamo allora aggiungere che l'Eucaristia è
anche azione simbolica della Chiesa. In essa la Chiesa proclama
a Dio il suo amore mediante simboli, gesti, parole, vesti
liturgiche, segni. La liturgia dice a Dio che gli vogliamo
bene, dice a Gesù risorto che gli siamo grati per
la sua presenza. per il dono della sua morte in croce quale
culmine di tutti gli altri doni. Dice che a partire da tale
gratitudine - cioè "eucaristia" - vogliamo
stare con lui, accogliere la sua volontà di identificarci
con sé.
Perciò riteniamo - come affermava già Tommaso
d'Aquino - che non è necessario capire sempre tutto
il significato di tutte le parole che ripetiamo; ciò
che conta davvero è l'abbandonarsi al ritmo della
liturgia che ci fa dire a Dio: Ti amo, ti accolgo, voglio
essere con te, ti ringrazio di essere tra noi, uniscimi
totalmente a te.
In tal modo la liturgia è un ambito che ci accoglie,
è un vortice che ci trasporta e ci identifica con
Dio grazie all'azione dello Spirito.
7. La liturgia così intesa è azione di popolo,
che supera la nostra coscienza soggettiva, è il Corpo
stesso di Gesù che parla, ascolta, risponde, ama,
si dona. E tutto questo avviene nel flusso del tempo, senza
che noi ci pensiamo troppo, avviene col suo ripetersi, nel
rispetto dei tempi del divenire umano.
A modo di conclusione, esprimo qualche suggerimento pratico,
per il modo con cui vivere la liturgia:
- Chi celebra l'Eucaristia deve sentire lo Spirito di Cristo
che sta operando. Non misuriamo il valore della celebrazione
dai nostri stati d'animo che sono mutevoli; ammiriamo e
stupiamoci perché, pur se attraverso i nostri stati
d'animo imperfetti, lo Spirito danza, ride, crea, agisce.
- Lo stesso accade per la liturgia delle Ore. Essa, nell'intenzione
della Chiesa, è preparazione alla celebrazione eucaristica
e suo prolungamento. Ha dunque un alto valore simbolico
che ci trasporta nel mistero divino, ci nutre e ci santifica.
- Vorrei che questa certezza della presenza del Signore
fosse tenuta presente anche nella lectio divina, sia quando
la facciamo per noi come quando la facciamo per altri: è
Gesù che ci parla nelle pagine della Scrittura, le
sue parole sono spirito e vita.
- L'ultimo consiglio è per i momenti nei quali ci
capita di essere troppo affaticati e appesantiti dalle lunghe
celebrazioni. In questi momenti dobbiamo essere certi che,
qualunque cosa sentiamo o viviamo, siamo comunque in Gesù.
E lui a prendersi cura di noi allorché non riusciamo
a esprimere quei sentimenti profondi che ci piacerebbe avere
in quel momento; a noi spetta di dargli fiducia, dimenticandoci
e affidandoci alla sua presenza di crocifisso risorto e
glorioso in mezzo a noi.
La liturgia diviene allora anche l'esercizio di un distacco
da noi stessi, che dà pace e serenità anche
nei giorni eccessivamente carichi di impegni.
La liturgia è grande educatrice al primato della
fede e della grazia: è quello che chiamo l'aspetto
"mistico" della liturgia, che non vanifica il
cammino ascetico di cura minuziosa di tutte le osservanze
liturgiche, ma che ne costituisce il cuore e l'anima. Appare
allora perché la Chiesa, a partire dal Nuovo Testamento,
abbia sviluppato, codificato, interpretato e ampliato le
principali azioni liturgiche accennate nei libri sacri,
lasciandosi ispirare dalla liturgia sinagogale e dal ricco
materiale liturgico dell'Antico Testamento: affinché
la nostra debolezza venisse sostenuta e coinvolta e si lasciasse
avvolgere ogni giorno di più nel mistero del Cristo
glorioso, che auguro a tutti di poter gustare in pienezza
nella Pasqua.
IL SILENZIO LITURGICO
Il silenzio nella liturgia rappresenta un elemento strutturale,
è una delle condizioni di preghiera che va tenuta
presente nella formazione liturgica, una condizione perché
i fedeli non risultino nell'azione liturgica come estranei
o muti spettatori.
Il silenzio liturgico ha una motivazione generale: "per
promuovere la partecipazione attiva" (Sacrosanctum
Concilium 30).
In particolare, il silenzio favorisce l'ascolto della parola
e la risposta della meditazione e della preghiera, per accogliere
nei cuori la piena risonanza della voce dello Spirito Santo
e per unire più strettamente la preghiera personale
con la parola di Dio.
La natura e le funzioni del silenzio liturgico dipendono
anche dai momenti nei quali esso entra a far parte dell'azione
liturgica.
Potremmo, pertanto, indicare come esemplificazione:
- Il silenzio di raccoglimento: si ha quando tutta l'assemblea
è invitata a raccogliersi "per prendere coscienza
di essere alla presenza di Dio e formulare nel proprio cuore
la preghiera personale" (Principi e norme per l'uso
del Messale 32); è un silenzio in funzione della
preghiera personale;
- Il silenzio è appropriazione: fatto soprattutto
di ascolto e di interiorizzazione, durante le grandi preghiere
presidenziali. Abbiamo l'esempio più comune di "sacro
silenzio " nella preghiera eucaristica, pronunciata
dal sacerdote ministeriale che interpreta sia la voce di
Dio, che si rivolge al popolo, sia la voce del popolo, che
eleva gli animi a Dio.
- Il silenzio meditativo: è quello di risposta alla
proclamazione della parola di Dio; favorisce "una più
profonda intelligenza della parola di Dio e il conseguente
assenso del cuore" (Introduzione al Lezionario 28).
- Il silenzio di adorazione: quello che rende più
consapevole la nostra "vita nascosta con Cristo in
Dio" (Col 3,3) e assume una più intensa espressione
nel nostro incontro con il mistero eucaristico, sia che
i fedeli si preparino "a ricevere con frutto il corpo
e il sangue di Cristo", sia che si intrattengano dopo
la comunione "a innalzare in cuor loro lodi e preghiere
al Signore" (Principi e norme per l'uso del Messale).
Infine, circa questo argomento ci sembra di poter affermare
che è evidente la "riscoperta" del silenzio
liturgico da parte della riforma proposta dal Concilio Vaticano
II. Ci pare che la riforma liturgica abbia posto fine al
mutismo dell'assemblea cristiana ed abbia fatto rifiorire
il silenzio come momento celebrativo e come forma piena
di partecipazione liturgica. Il sacro silenzio non è
da considerarsi come elemento assoluto ed insostituibile,
di carattere magico, ma come condizione spirituale per l'inserimento
nel mistero celebrato, per l'ascolto della parola e per
la risposta dell'assemblea, momento privilegiato dello Spirito
che fa crescere la comunità in tempio santo.
Il silenzio, in pari tempo, diventa espressione di fede
e segno di riverenza con cui la comunità circonda
l'azione salvifica di Dio, e crea il clima e gli atteggiamenti
spirituali necessari all'esperienza liturgica.
Ne deriva che una maggiore ricerca del silenzio nella liturgia
è segno anche di una maggiore maturità celebrativa.
Se da una parte non si possono programmare tassativamente
tempi e spazi di silenzio (non è questione di durata
temporale, piuttosto di durata "psicologica",
quella che si vive nell'anima), dall'altra, si impone un
problema di regia, di programmazione rituale, che esige
sensibilità, tatto, sobrietà, discrezione.
Il silenzio, così, diventa costruttivo: edifica e
forma la comunità celebrante.
Questa prassi liturgica circa il silenzio è in accordo
con l'orientamento contemplativo della spiritualità
contemporanea in cui dominano raccoglimento, deserto, ascolto...
intesi come condizioni per aprirsi allo Spirito e ricalcare
il cammino di preghiera di Cristo.
Il valore del silenzio può essere sintetizzato in
questa espressione di A. Bugnini: "è vivificante
momento di grazia, in cui tace la creatura, ma parla lo
Spirito".
Il silenzio, capace di interiorizzare il gesto, di prolungare
l'ascolto della parola, di stimolare la conversione del
cuore, di sostenere il colloquio personale con Dio, di favorire
la preghiera di lode e di ringraziamento... E'questo un
campo nel quale rimane molto da fare e dal quale molto possiamo
attenderci.
IL LUOGO DELLA CELEBRAZIONE
Ci limitiamo a richiamare quanto l'Introduzione al Messale
dice a proposito della chiesa, inserendo a tempo opportuno
le indicazioni dei documenti successivi.
Disposizione della chiesa per l'assemblea eucaristica
(Principi e norme per l'uso del Messale Ambrosiano 270)
Il popolo di Dio, che si raduna per la messa, ha una struttura
organica e gerarchica, che si esprime nei vari compiti (o
ministeri) e nel diverso comportamento secondo le singole
parti della celebrazione. Pertanto è necessario che
la disposizione generale del luogo sacro sia tale da presentare
in certo modo l'immagine dell'assemblea riunita, consentire
l'ordinata e organica partecipazione dì tutti e favorire
il regolare svolgimento dei compiti di ciascuno. I fedeli
e la schola avranno un posto che renda più facile
la loro partecipazione attiva.
Il sacerdote invece e i suoi ministri prenderanno posto
nel presbiterio, ossia in quella parte della chiesa che
manifesta il loro ministero gerarchico, e in cui ognuno
rispettivamente presiede all'orazione, annuncia la parola
di Dio e serve all'altare.
Queste disposizioni servono a esprimere la struttura gerarchica
e la diversità dei compiti (o ministeri) ma devono
anche assicurare una più profonda e organica unità,
attraverso la quale si manifesti chiaramente l'unità
di tutto il popolo santo. La natura poi e la bellezza del
luogo e di tutta la suppellettile devono favorire la pietà
e manifestare la santità dei misteri che vengono
celebrati.
Il presbiterio
(Principi e norme per l'uso del Messale Ambrosiano 271)
Il presbiterio si deve opportunamente distinguere dalla
navata della chiesa per mezzo di una elevazione, o mediante
strutture e ornamenti particolari. Sia inoltre di tale ampiezza
da consentire un comodo svolgimento dei sacri riti.
L'altare
(Rito della Dedicazione della chiesa e dell'altare 152-162)
Gli antichi Padri della Chiesa, meditando sulla parola di
Dio, non esitarono ad affermare che Cristo fu vittima, sacerdote
e altare del suo stesso sacrificio. La lettera agli Ebrei
descrive infatti il Cristo come pontefice sommo e altare
vivente del tempio celeste; e l'Apocalisse presenta il nostro
redentore come agnello immolato la cui offerta vien portata,
per le mani dell'angelo santo, sull'altare del cielo.
Se vero altare è Cristo, capo e maestro, anche i
discepoli, membra del suo corpo, sono altari spirituali,
sui quali viene offerto a Dio il sacrificio di una vita
santa. Interpretazione, questa, già avvertita dai
Padri stessi, per es. da sant'Ignazio d'Antiochia, quando
rivolge quella sua mirabile preghiera: "Lasciatemi
questo solo: che io sia immolato a Dio, finché l'altare
è pronto", o da san Policarpo, allorché
raccomanda alle vedove di vivere santamente, perché
"sono altare di Dio". A queste espressioni fa
eco, accanto ad altre voci, quella di san Gregorio Magno:
"Che cos'è l'altare di Dio se non l'anima di
coloro che conducono una vita santa?... A buon diritto,
quindi, altare di Dio vien chiamato il cuore dei giusti
". Secondo un'altra immagine assai frequente negli
scrittori ecclesiastici, i fedeli che si dedicano alla preghiera,
che fanno salire a Dio le loro implorazioni e offrono a
lui il sacrificio delle loro suppliche, sono essi stessi
pietre vive con le quali il Signore Gesù edifica
l'altare della Chiesa. Cristo Signore, istituendo nel segno
di un convito sacrificale il memoriale del sacrificio che
stava per offrire al Padre sull'altare della croce, rese
sacra la mensa intorno alla quale dovevano radunarsi i fedeli
per celebrare la sua Pasqua. L'altare è quindi mensa
del sacrificio e del convito; su questa mensa il sacerdote,
che rappresenta Cristo Signore, fa ciò che il Signore
stesso fece e affidò ai discepoli, perché
lo facessero anch'essi in memoria di lui.
L'altare cristiano è, per sua stessa natura, ara
del sacrificio e mensa del convito pasquale:
- su quell'ara viene perpetuato il mistero, lungo il corso
dei secoli, il sacrificio della croce, fino alla venuta
di Cristo;
- a quella mensa si riuniscono i figli della Chiesa, per
rendere grazie a Dio e ricevere il Corpo e il Sangue di
Cristo.
L'altare è pertanto, in tutte le chiese, "il
centro dell'azione di grazie, che si compie con l'Eucaristia
"; a questo centro sono in qualche modo ordinati tutti
gli altri riti della Chiesa.
Per il fatto che all'altare si celebra il memoriale del
Signore e vien distribuito ai fedeli il suo Corpo e il suo
Sangue, gli scrittori ecclesiastici furono indotti a scorgere
nell'altare un segno di Cristo stesso; donde la nota affermazione
che "l'altare è Cristo". È opportuno
che in ogni chiesa ci sia un altare fisso. Negli altri luoghi
destinati alle sacre celebrazioni, l'altare può essere
fisso o "mobile". Altare fisso è quello
che fa corpo con il pavimento su cui è costruito,
ed è, come tale, inamovibile; altare mobile è
quello che si può spostare.
È bene che nelle nuove chiese venga eretto un solo
altare; l'unico altare, presso il quale si riunisce come
un solo corpo l'assemblea dei fedeli, è segno dell'unico
nostro salvatore, Cristo Gesù, e dell'unica Eucaristia
della Chiesa.
Si potrà tuttavia erigere un secondo altare in una
cappella possibilmente separata, in qualche modo, dalla
navata della chiesa e destinata a ospitare il tabernacolo
per la custodia del Santissimo Sacramento; sull'altare di
questa cappella si potrà anche celebrare la Messa
nei giorni feriali per un gruppo ristretto di fedeli. Si
dovrà comunque evitare assolutamente la costruzione
di più altari al solo scopo di ornamento della chiesa.
L'altare si costruisca separato dalla parete, in modo che
il sacerdote possa girarvi intorno senza difficoltà
e celebrarvi la Messa rivolto verso il popolo; "sia
poi collocato in modo da costituire realmente il centro
verso il quale spontaneamente converga l'attenzione di tutta
l'assemblea".
In conformità alla tradizione della Chiesa e al simbolismo
biblico dell'altare, la mensa dell'altare fisso deve essere
di pietra e precisamente di pietra naturale. A giudizio
delle Conferenze Episcopali, può essere consentito
l'uso di un'altra materia, purché sia degna, solida
e ben lavorata.
Per gli stipiti o per il basamento di sostegno della mensa,
è ammessa qualsiasi materia, purché degna
e solida.
Per sua stessa natura, l'altare è dedicato a Dio
soltanto, perché a Dio soltanto viene offerto il
sacrificio eucaristico. È questo il senso in cui
si deve intendere la consuetudine della Chiesa di dedicare
a Dio altari in onore dei santi. Lo esprime assai bene sant'Agostino:
"Non ai martiri, ma al Dio dei martiri dedichiamo altari
se lo facciamo nelle memorie dei martiri". È
una cosa, questa, da spiegare con chiarezza ai fedeli. Nelle
nuove chiese non si devono collocare sull'altare né
statue, né immagini di santi. Neanche le reliquie
dei santi, esposte alla venerazione dei fedeli, si devono
deporre sulla mensa dell'altare.
La sede per il celebrante e per i ministri, ossia il
luogo della presidenza
(Principi e norme per l'uso del Messale Ambrosiano 284)
La sede del celebrante deve mostrare il compito che egli
ha di presiedere l'assemblea e di guidare la preghiera.
Perciò la collocazione più adatta è
quella rivolta al popolo, al fondo del presbiterio, a meno
che non vi si oppongano la struttura dell'edificio e altri
elementi, ad esempio la troppa distanza che rendesse difficile
la comunicazione tra il sacerdote e l'assemblea. Si eviti
ogni forma di trono. Le sedi per i ministri, invece, siano
collocate in presbiterio nel posto più adatto perché
essi possano compiere con facilità il proprio ufficio.
Il luogo dal quale viene annunciata la Parola di Dio
(Introduzione al lezionario 32-33-34)
Nell'ambiente della chiesa deve esserci un luogo elevato,
stabile, ben curato e opportunamente decoroso, che risponda
insieme alla dignità della parola di Dio, suggerisca
chiaramente ai fedeli che nella Messa viene preparata la
mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e
infine sia adatto il meglio possibile a facilitare l'ascolto
e l'attenzione dei fedeli durante la liturgia della parola.
Si deve pertanto far sì che, secondo la struttura
di ogni singola chiesa, l'ambone si armonizzi architettonicamente
e spazialmente con l'altare.
L'ambone, tenuta presente la sua struttura, venga sobriamente
ornato in modo stabile o in determinate occasioni, specialmente
nei giorni solenni.
Poiché l'ambone è il luogo dal quale viene
proclamata dai ministri la Parola di Dio, deve essere riservato,
per sua natura, alle letture, al salmo responsoriale e al
preconio pasquale. Si possono tuttavia proferire dall'ambone
l'omelia e la preghiera dei fedeli, data la strettissima
relazione di queste parti con tutta la liturgia della parola.
È invece meno opportuno che salgono all'ambone altre
persone, per esempio il commentatore, il cantore o l'animatore
del canto.
Perché l'ambone possa servire in modo adeguato alle
celebrazioni, abbia una certa ampiezza, giacché talvolta
vi debbono stare più ministri insieme. Si deve inoltre
curare che i lettori dispongano sull'ambone di una illuminazione
sufficiente per la lettura del testo e possano servirsi,
secondo l'opportunità, dei moderni mezzi tecnici
perché i fedeli li possano comodamente sentire.
Il luogo per conservare l'Eucaristia
(Comunione e culto eucaristico fuori della Messa 9-11)
Il luogo per la conservazione dell'Eucaristia si distingua
davvero per nobiltà e decoro. Si raccomanda caldamente
che sia anche adatto all'adorazione e alla preghiera personale,
in modo che i fedeli possano con facilità e con frutto
venerare, anche con culto privato, il Signore presente nel
Sacramento.
È più facile raggiungere questo scopo, se
si prepara una cappella separata dal corpo centrale della
chiesa, specialmente nelle chiese in cui si svolgono frequenti
celebrazioni di matrimoni e di funerali o che sono meta
di pellegrinaggi o di visite per i loro tesori di arte e
di storia.
La santissima Eucaristia si custodisca in un tabernacolo
solido, non trasparente e inviolabile. Di norma ci sia in
ogni chiesa un solo tabernacolo o posto sopra un altare
o collocato, a giudizio dell'Ordinario del luogo, fuori
di un altare ma in una parte della chiesa che sia davvero
nobile e debitamente ornata.
La presenza della santissima Eucaristia nel tabernacolo
venga indicata dal conopeo o da altro mezzo idoneo, stabilito
dell'Autorità competente.
Secondo la tradizione, arda sempre davanti all'altare una
lampada a olio o un cero, segno di onore reso al Signore.
Il posto dei fedeli
(Principi e norme per l'uso del Messale Ambrosiano 286)
Si curi in modo particolare la collocazione dei posti dei
fedeli, perché possano debitamente partecipare, con
lo sguardo e con lo spirito, alle sacre celebrazioni. E
bene mettere a loro disposizione banchi e sedie. Si deve
però riprovare l'uso di riservare dei posti a persone
private.
Le sedie o i banchi si dispongano in modo che i fedeli possano
assumere comodamente i diversi atteggiamenti del corpo richiesti
dalle diverse parti della celebrazione, e recarsi senza
difficoltà a ricevere la santa comunione.
Si abbia cura che i fedeli possano non soltanto vedere,
ma anche, con i mezzi tecnici moderni, ascoltare comodamente
sia il sacerdote sia gli altri ministri.
L'ADEGUAMENTO DEL PRESBITERIO
DELLA BASILICA DI SAN BABILA ALLE NORME DEL CONCILIO VATICANO
II
Siamo giunti ormai alle fasi conclusive dei lavori di adeguamento
al Concilio Vaticano Il della Basilica di San Babila. Essi
riguardano il presbiterio e la cappella per la Custodia
eucaristica, e sono motivati sia teologicamente sia pastoralmente.
Infatti:
l. La Chiesa non si può considerare una generica
opera architettonica: la destinazione di essa all'azione
liturgica la qualifica radicalmente e la lega all'assemblea
del popolo di Dio che vi si raduna.
2. È l'assemblea celebrante che "genera"
e "plasma" l'architettura della chiesa.
Chi si raduna nella chiesa è il popolo sacerdotale,
regale e profetico, la comunità gerarchicamente organizzata
che lo Spirito Santo arricchisce di una moltitudine di carismi
e ministeri; è la Chiesa che proietta e imprime se
stessa nell'edificio di culto.
3. Lungo il corso dell'anno liturgico l'assemblea locale
si raduna nell'edificio di culto, in comunione con tutta
la Chiesa, per fare memoria del mistero pasquale di Cristo,
nell'ascolto delle Scritture, nella celebrazione dell'Eucaristia,
degli altri Sacramenti e dei Sacramentali e del Sacrificio
di lode.
4. L'assemblea che celebra è una realtà eminentemente
viva, dinamica, in continua trasformazione, anche se lenta.
Di conseguenza anche l'edificio della chiesa non è
definito una volta per tutte, ma si modifica nel corso dei
secoli, come testimonia ampiamente la storia dell'arte occidentale.
5. Tra assemblea celebrante e edificio nel quale avviene
la celebrazione sussiste un legame profondo: la celebrazione
della liturgia è tutt'altro che indifferente all'architettura
e, viceversa, l'architettura di una chiesa non lascia indifferente
la liturgia che vi si celebra.
Tale legame non è dato una volta per tutte ma muta
nel corso della storia: come non esiste una liturgia immutabile,
così non esiste un'architettura e un'arte per la
liturgia che siano immutabili.
6. I molteplici linguaggi ai quali la liturgia ricorre trovano
nello spazio liturgico il luogo della loro globale espressione.
La chiesa-edificio esprime la vita della comunità
cristiana nel suo incontro con Dio attraverso la liturgia
e il culto; si può considerare una "icona ecclesiologica":
di volta in volta essa è sentita come luogo della
Chiesa in festa, come luogo della Chiesa in raccoglimento
e in preghiera, come luogo della Chiesa che esprime la propria
natura intensamente corale e comunitaria.
L'attuazione del progetto di adeguamento del presbiterio
di San Babila ha un duplice scopo: consentire un agevole
svolgimento dei riti e mettere in evidenza i tre "luoghi"
eminenti del presbiterio stesso, che sono l'altare, l'ambone
e la sede del presidente della celebrazione.
L'altare
L'altare nell'assemblea liturgica non è solamente
un oggetto utile alla celebrazione, ma è il segno
della presenza di Cristo, sacerdote e vittima, è
la mensa del sacrificio e del convito pasquale che il Padre
imbandisce per i figli nella casa comune, sorgente di carità
e di unità. Per questo è necessario che l'altare
sia visibile da tutti affinché tutti si sentano chiamati
a prenderne parte ed è ovviamente necessario che
sia unico nella chiesa, per poter essere il centro visibile
al quale la comunità riunita si rivolge. La sua collocazione
è di fondamentale importanza per il corretto svolgimento
dell'azione liturgica e deve essere tale da assicurare senso
pieno alla celebrazione. In particolare, nella nostra basilica,
si è creata la necessità di spostare l'altare
nel "centro ideale" del presbiterio, ponendolo
sull'asse della navata così da ovviare pesanti disagi
soprattutto nella celebrazione dei matrimoni e dei funerali;
nel contempo si è proceduto alla riduzione delle
dimensioni dell'altare stesso, fino ad oggi sproporzionato
in rapporto all'area del presbiterio.
L'ambone
Circa l'ambone, le norme liturgiche recitano: l'ambone è
il luogo proprio dal quale viene proclamata la parola di
Dio. La sua forma sia correlata a quella dell'altare, il
cui primato deve comunque essere rispettato. L'ambone deve
essere una nobile, stabile ed elevata tribuna, non un semplice
leggìo mobile; accanto ad esso è conveniente
situare il candelabro per il cero pasquale, che vi rimane
durante il tempo liturgico opportuno.
L'ambone va collocato in prossimità dell'assemblea,
in modo da costituire una sorta di cerniera tra il presbiterio
e la navata: è bene che non sia posto in asse con
l'altare e la sede, per rispettare la specifica funzione
di ciascun segno. In ottemperanza a questi orientamenti,
abbiamo collocato l'ambone come elemento terminale della
balaustra sinistra, elevandolo di un gradino e valorizzando
l'artistico leggio bronzeo a forma di aquila.
La sede
Nel nostro presbiterio il "luogo" davvero nuovo
- come manufatto e come collocazione - è la sede
del presidente della celebrazione. Infatti, viene avanzata
verso la navata (a ridosso del pilastro destro del presbiterio).
Così la sede diventa davvero il luogo liturgico che
esprime il ministero di colui che guida l'assemblea e presiede
la celebrazione nella persona di Cristo, capo e pastore,
e nella persona della Chiesa, suo corpo. Per la sua collocazione,
essa risulta ben visibile da tutti e in diretta comunicazione
con l'assemblea, in modo da favorire la guida della preghiera,
il dialogo, l'animazione. Questa nuova disposizione, poi,
consente di meglio collocare adeguate sedi per i concelebranti
e opportune sedi per gli altri ministri liturgici e per
i ministranti, distinte da quella del presidente della celebrazione.
In particolare, la nostra nuova sede del presidente della
celebrazione consiste in una fusione in bronzo, opera dello
scultore Alessandro Nastasio.
Essa è bene intonata al monumento in cui viene inserita
ed è arricchita da due formelle scolpite che raffigurano
rispettivamente Gesù tra i dottori dei tempio e Maria
di Betania che asciuga con i capelli i piedi di Gesù,
dopo di averli cosparsi di unguento profumato e di averli
lavati con le proprie lacrime: due raffigurazioni che vengono
commentate dalla scritta "Veritatem facientes in caritate"
("Vivendo secondo la verità nella carità")
(Ef 4, 15). Queste formelle mettono in evidenza, quindi,
l'importante ruolo del presidente della celebrazione: egli,
nella Chiesa apostolica, serve la verità - nell'adesione
al magistero del Vescovo - ed è ministro della carità.
La custodia eucaristica
Nella maggior parte delle nostre chiese, per note ragioni
storiche, l'elemento centrale - dominante sullo stesso altare
- è stato, per circa quattro secoli, il tabernacolo
eucaristico.
L'adeguamento liturgico delle chiese esistenti, mirante
a esaltare il primato della celebrazione eucaristica e quindi
la centralità dell'altare, deve riconoscere anche
la funzione specifica della custodia eucaristica. Diventa
perciò necessario che, occasione dell'intervento
di adeguamento, sia dedicata particolare cura al "luogo"
e alle caratteristiche della custodia-riserva eucaristica.
Tale intervento richiede grande attenzione anche dal punto
di vista educativo. E' noto, infatti, quanto il culto per
la santissima Eucaristia abbia inciso nella formazione spirituale
del popolo cristiano e quanto l'idea stessa dell'edificio
di una chiesa cattolica sia associata alla presenza in essa
del tabernacolo.
Anche la localizzazione e la realizzazione di una nuova
custodia eucaristica devono essere parte integrante del
progetto globale di adeguamento liturgico e dovranno tener
conto di una sua facile individuazione, di un accesso diretto,
di un ambiente raccolto e favorevole all'adorazione individuale.
Nella nostra basilica, quindi, abbiamo individuato, come
luogo adatto per conservare l'Eucaristia e rispondente alle
esigenze liturgiche, la cappella absidale destra.
Infatti essa si distingue per nobiltà e decoro ed
è adatta all'adorazione e alla preghiera dei singoli
fedeli che possono con facilità e con frutto venerare
il Signore presente nel Sacramento.
LA PAROLA DI DIO NELLA CELEBRAZIONE
LITURGICA
Nella Messa, come nella celebrazione dei Sacramenti, la
Liturgia della Parola occupa ormai un posto molto importante.
Infatti, ogni volta che i cristiani si riuniscono per celebrare
il Signore, la loro riunione comporta un tempo dedicato
alla lettura delle Scritture.
Continuano così ciò che era avvenuto tra Gesù
e i discepoli di Emmaus e che l'evangelista Luca riferisce:
"E cominciando da Mosè e da tutti i profeti
spiegò loro in tutte le Scritture ciò che
si riferiva a lui" (24,27). Dal tempo dei primi cristiani
fino ai nostri giorni, dunque, la Chiesa è rimasta
fedele a questo modo di usare la Scrittura nelle sue celebrazioni.
E il Concilio Vaticano II ha voluto ridare vigore alla connessione
intima tra rito e Parola nella liturgia, e ha fatto convergere
il suo impegno di rinnovamento sui punti seguenti:
- si abbia cura, anzitutto, che la scelta delle letture
sia abbondante, più varia e meglio adattata;
- si usi la lingua locale per facilitare la comprensione
della Bibbia;
- la lettura della Scrittura sia di nuovo introdotta nella
celebrazione di alcuni Sacramenti (dai quali era praticamente
scomparsa), in particolare nel Battesimo, nella Penitenza
(anche individuale) e nell'Unzione dei malati;
- la predicazione faccia riferimento in primo luogo alle
pagine della Sacra Scrittura che vengono lette nella celebrazione;
- le letture siano fatte da lettori, che esercitano così
"un vero ministero liturgico".
Ma questi testi, pieni di speranza, sono carta stampata.
Come farli passare da Scrittura a Parola? Come migliaia
di uomini e di donne possono far sì che Dio parli
al suo popolo, riunito per ascoltarlo?
In altri termini, come trattiamo questa Parola che viene
da Dio?
Ecco le condizioni perché ciò avvenga: la
fede dei partecipanti, perché la Parola di Dio sia
compresa; il lettore che deve articolare bene, con calma,
con il giusto tono, le parole; l'ambiente, gradevole, illuminato
e sonorizzato.
Ben consapevoli dell'importanza della Liturgia della Parola
per la vita dei cristiani, desideriamo riflettere sul modo
di rendere "parlante" la Parola di Dio.
La Scrittura è presente in mille modi nella vita
dei credenti: meditazione comunitaria o individuale, riunioni
di gruppo, corsi biblici... nel ricordo vivo che ne hanno
gli uomini e le donne che vi fanno ogni giorno riferimento
nelle loro azioni e nei loro pensieri.
D'altra parte, il cristiano è una creatura la cui
esistenza è tutta permeata dalla Parola e, anche
per questo, l'annuncio della Parola di Dio è una
caratteristica essenziale del culto cristiano.
Parlare significa comunicare
Parlare significa dire qualcosa a qualcuno, comunicare,
mettere in comunicazione tra loro persone o gruppi.
La Liturgia mette in comunicazione Dio con gli uomini, Dio
con l'assemblea, Dio con ciascun partecipante e viceversa.
Allora, quando prepariamo la Liturgia della Parola, anzitutto
dobbiamo dare risposta ad alcune domande:
Chi parla? Dio che si rivela attraverso la Sacra Scrittura;
la Chiesa che spiega e medita la Parola di Dio; l'assemblea
che accoglie la Parola, dà risposta ad essa e prega
nella supplica... A chi si parla? All'assemblea concreta,
presente (grande o piccola, omogenea o diversificata ...
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